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venerdì 3 ottobre 2025

Oggi sciopero

Oggi Brescia era bellissima: piena di gente in corteo, dal centro verso la periferia, nel contesto dello sciopero generale seguito agli atti di pirateria della maria israeliana contro le navi disarmate, italiane e non solo, che si prefiggevano di portare cibo, acqua e medicinali alla popolazione di Gaza, stremata da anni di prigionia e sistematica pulizia etnica.

E c'ero anche io, a più di dieci anni dall'ultima adesione ad uno sciopero: faccio un lavoro nel quale l'astensione non crea fastidio a nessuno, se non a me, poiché mi lascia meno tempo per fare le stesse cose.

Eppure.

Eppure oggi era difficile essere altrove: perché se non avessi scioperato oggi, quando mai avrei trovato un motivo per farlo, una causa migliore per cui scioperare? Se non avessi scioperato oggi non lo avrei fatto più - e non sono ancora pronto, nonostante gli anni, ad essere quel tipo di persona, quella che non sciopera a prescindere.

E dunque in corteo, cosa che non mi accadeva, penso, dai tempi della scuola: da allora quasi solo manifestazioni stanziali, in genere legate a ricorrenze - 25 aprile e 28 maggio su tutte.

In corteo attraverso la città, in mezzo a studenti, pensionati, tanta gente della mia età - se avessi un minimo di senso di appartenzenza ed un po' meno pudore potrei scrivere: della mia generazione - , tanti genitori con i bambini, alcuni neonati che dormivano spensierati e chissà, forse un giorno vedranno una Palestina libera...

È stato bello, è stato... emozionante. Esserci. Incontrare qualche volto conosciuto. E vedere la propria città riempirsi di umanità, tanta gente rinunciare, per umanità, per vicinanza ad un popolo che da ottant'anni subisce quello che in tanti hanno definito un genocidio, ad una giornata di lavoro - con buona pace di chi, con i consueti toni privi di rispetto per gli altri, se n'è uscito con la miserabile affermazione secondo cui chi aderisce a questo sciopero lo fa per fare il weekend lungo.

Venticinquemila persone, secondo l'organizzazione. Secondo la questura probabilmente eravamo in trenta o quaranta, ma a chi c'era non può che essere chiara una cosa: Brescia non ha dubbi su quale sia la parte giusta da cui stare. 🇵🇸 🇵🇸 🇵🇸 

 

domenica 26 febbraio 2023

Tranquillo

Recente l'esternazione del Presidente del Senato Ignazio LaRussa: "se mio figlio mi dicesse di essere gay", dice La Russa, "per me sarebbe un dispiacere, come se fosse milanista".

Interessante l'accostamento tra due ambiti cosi distanti tra loro, l'orientamento sessuale di una persona ed il tifo calcistico; in termini di comunicazione però la tecnica mi pare chiara: strizzare l'occhio all'omofobia di chi la pensa come lui (stiamo pur sempre parlando di una persona fiera di tenere in casa un busto di mussolini (la minuscola è una scelta, non un refuso): difficile avere dubbi) e poi subito buttarla in caciara con il paragone calcistico - per annacquare il tutto e rispondere preventivamente alla prevedibile ondate di critiche.

Scelta suppongo ahimé efficace, benché certo non da "padre dell'anno" - e penso che Igna' possa di conseguenza stare tranquillo: se mai uno dei suoi figli fosse gay, si guarderebbe bene dall'andarglielo a dire...

venerdì 25 dicembre 2020

Manifesto social

Viviamo nell'era dei social, questo è poco ma sicuro.

C'è chi vi passa ore ogni giorno, quasi fossero in effetti una sorta di luogo fisico, chi soffre per un like mancato o per un commento di troppo, chi non cucina niente senza documentare la cosa con foto, video e storie (per me storie saranno sempre quelle che mi raccontavano i miei nonni da bambino, così come cartella sarà sempre quella che usavo a scuola, anche venticinque anni dopo il lancio di Windows - ma questo è un problema mio), chi fa le pulci a ciò che scrivono gli altri (un po' per abitudine, e forse un po' anche per dispetto, direbbe Vasco; SocialPolizei, direbbe Brecht) e chi, talvolta forse con la coda di paglia, afferma categorico che i social non gli interessano perché sono pericolosi e comunque non c'è scritto niente di vero.

C'è persino chi, contro ogni buon senso, ha trovato il modo di farli diventare un lavoro - e non penso ad eccelenze come Chiara Ferragni, Donald Trump, Salvini o i Cinquestelle: penso a chi di mestiere cura i social di qualcun altro, osserva e spulcia quelli della concorrenza, imposta e progetta post quasi fossero una cosa seria, li riempie di parole col ritmo giusto e con la frequenza giusta, al più sbagliando qualche virgola; nei casi migliori capita che il risultato contenga persino validi contenuti.

Mi sono sempre fatto l'idea che, limitandosi all'uso personale, esistano fondamentalmente due modi diversi di utilizzare diciamo il Facebook di turno: farsi i cazzi degli altri e costringere gli altri a farsi i cazzi nostri, li avrebbe definiti Freud - uno che, quanto a farsi i cazzi degli altri, non aveva nulla da invidiare a Google. La mia modalità preferità è decisamente la seconda - il che è ovvio, probabilmente, sopra una certa soglia di egocentrismo e più o meno opportuna autostima. Non per niente preferisco il contenitore blog al contenitore Facebook/Twitter/...: tutto lo spazio che voglio nel formato che voglio, come una sorta di parete su cui buttare parole che nessuno leggerà.

D'altro canto è innegabile quanto sia affascinante l'idea di costruire una rete di contatti, più o meno reali, con altre persone più o meno note; seguirne i contenuti avendo la possibilità quasi divina di esprimere un giudizio su ciascuno di essi: giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male, avrebbe forse chiosato il mai sufficientemente compianto De André.

A me piace, senza dubbio mi piace molto!, l'idea di poter ricostruire contatti con persone che non vedo da decenni; l'idea di poter condividere ciò che penso su un qualche argomento, si tratti di qualcosa che ha a che fare con argomenti tecnici relativi al mio ambito lavorativo, dei miei dubbi prima dell'ennesima tornata elettorale o dell'emozione di passare una notte insonne con una bimba di pochi mesi tra le braccia. Egualmente, mi piace l'idea di poter dire a qualcuno "mi piace ciò che hai scritto, sono d'accordo con te" - e di farlo con un click. Mi piace assai meno l'idea di poter dire a qualcuno "hai scritto una cazzata" - ed infatti ho imparato a non farlo, per il bene del mio fegato e per rispetto del mio tempo, se non in casi molto rari.

Da persona molto più votata all'analisi che alla sintesi, ma con una innata passione per l'idea un po' ingenua che il nostro comportamento ed il nostro pensare il mondo possano ricondursi ad un piccolo numero di principi generali (ad un'etica?, si sarebbe forse chiesto Kant), se non altro una volta circoscritto uno specifico ambito della Conoscenza e della Realtà (che definirei, parafrasando Bohr, non tanto ciò che la Natura è, quanto piuttosto ciò che della Natura si può dire), da persona eccetera eccetera, dicevo, mi sono chiesto se esista una qualche "lista della spesa" di "regole" che controllano, o  quantomeno vorrei controllassero, il mio agire social, a proposito di ciò che sono disposto a condividere (ed in quale contesto sono disposto a farlo) ed a proposito degli altrui contenuti che sono disposto a sottoscrivere coram populo. La buona notizia è che ne esistono due (due liste, voglio dire); quella cattiva è che (vedere alla sezione costringere gli altri a farsi i cazzi nostri: ciao Freud, questa è per te) ho voglia di condividere con i miei tre lettori questa specie di mio personalissimo manifesto social. Ed eccolo qui:

Regole per "condividere" contenuti altrui:

  • argomento generale di mio interesse
  • tema specifico abbastanza ben approfondito da permettermi di dire che sono d'accordo
  • buona forma italiana, se applicabile
Regole per "pubblicare" contenuti "miei":
  • chiarezza circa il fatto che si tratta di mie opinioni, salvo diverse ed esplicite citazioni o indicazioni
  • chiarezza circa il tono che voglio dare alla cosa: se sto scherzando, se sto facendo del sarcasmo indipendentemente dal tema e dallo specifico contenuto, dev'essere evidente che tono e merito sono due aspetti della cosa che non devono necessariamente andare di pari passo
  • totale libertà nell'esprimere me stesso: se per qualche motivo non posso esserlo fino in fondo, che si tratti di considerazioni filosofiche sulla natura dell'universo o della battuta stupida che non fa ridere nessun altro, tanto vale non scrivere - e va bene lo stesso, non me l'ha certo ordinato il medico
Il che significa fondamentalmente che, per quanto possibile, cerco di pubblicare solo contenuti che il contesto renda completamente ed esplicitamente riferibili a me: tutto il resto è letteratura, avrebbe aggiunto Verlaine.

E - niente. Visto che cosa succede a farsi i cazzi degli altri? ;-)

domenica 15 novembre 2020

Smartworking, Gaber ed il senso di colpa

Smartworking è, senza dubbio, la buzzword del momento: ne parlano in tanti, dai nostri governanti alla vicina di casa di una certa età che, tutto sommato, è contenta di non essere più l'unica del palazzo a passare la giornata in casa; dalle mie figlie - il mio papà insegna ai computer, lavora da casa ed è sempre in collconferenz - ai titoli dei giornali nazionali.

Si passa da chi per esperienza ha la ricetta giusta per farlo bene a chi stabilisce una soglia minima accettabile, in tempi di semi-lockdown, per i valoratori della Pubblica Amministrazione; da chi ha fatto di necessità virtù, si è convertito tutto sommato con entusiasmo ad una nuova modalità di lavoro e probabilmente non tornerà indietro, a chi lo detesta, lo vede come un'imposizione, un ostacolo al controllo del tempo dei propri collaboratori. C'è chi a casa alla lunga si sente solo, chi sente la mancanza del caffé alle macchinette con i colleghi.

Personalmente ho la fortuna di lavorare per un'azienda che, già in tempi pre-Covid, ha iniziato a puntare molto sul lavoro remoto e smart: da casa, dalla montagna, da un agriturimo in Toscana... conta essere disponibili con i colleghi e concludere in tempo le attività pianificate. Così... lavoro da casa a tempo pieno - per ovvi motivi - da oltre otto mesi ma da più di un anno  ho iniziato ad alternare giornate in ufficio a giornate a casa a giornate "metà e metà", secondo le mie comodità, le necessità dei colleghi ed il tipo di attività da svolgere. Ho imparato a comportarmi bene quando parlo con qualcuno da remoto, aspettando la fine di una frase per interloquire (dove mamma e papà hanno fallito miseramente, hanno avuto successo in una manciata di mesi Google Meet, Slack e Zoom);  a spegnere il microfono quando non sto parlando; ad accendere la webcam, tranne quando le mie figlie si fanno importune o qualche interlocutore ha problemi di banda; a dimenticarmene, di tanto in tanto, che è un po' come andare in ufficio e parlare con qualcuno senza guardarlo in faccia; a non rimanerci male se qualcuno spegne la propria, perché avrà i suoi motivi - la banda da risparmiare, la canotta da spiaggia per il caldo, la voglia di mantenere un minimo di privacy in quella finestra sulla sua vita domestica che ogni conversazione di lavoro è diventata.

E: mi piace.

Mi piace uscire di casa per accompagnare le bimbe a scuola per poi tornarci quasi subito, a lavorare ed aspettare il rientro delle mie donne. Mi piace avere a portata di mano la mia cucina, il mio bagno, il giardino del mio condominio - i miei spazi. Avere la possibilità di organizzare il mio tempo come preferisco e nel modo più funzionale tanto alle mie attività lavorative quanto alla pianificazione della vita familiare e del mio tempo libero.

Potermi alzare dalla sedia, cambiare ed uscire in bici in pausa pranzo; farmi spedire un pacco a casa anziché in ufficio; fare due chiacchiere con il pensionato Amazon-addicted quando entrambi riceviamo una consegna; essere a casa quando Laura ed Irene tornano da scuola o quando Cristina passa a casa a pranzo; poter togliere il bucato dalla lavatrice e metterlo in asciugatrice a metà mattina o sgranchirmi le gambe portando l'umido al cassonetto; mi piace l'idea che tenda in qualche modo a perdersi una certa struttura statica del tempo - non nel senso della fisica teorica: quello è un altro discorso -  in favore di un'organizzazione più in divenire, che tenga conto degli obiettivi da raggiungere sul lavoro e della qualità della vita sul lavoro ed attorno ad esso.

Di nuovo, sono felice (se l'idea stessa di senso di appartenenza non fosse completamente estranea al mio modo di essere direi: fiero) di lavorare per un'azienda che valuta la possibilità di ufficializzare una gestione smart, flessibile e libera, del tempo - e non solo dello spazio (Einstein direbbe che sono, in qualche modo, la stessa cosa) - dedicati al lavoro.

E tuttavia.

Tuttavia, mi accade di sentirmi un po' a disagio per il fatto di avere questa possibilità: perché la libertà, vista da sinistra più che in senso liberale, è tale solo quando è di tutti, diversamente andrebbe chiamata privilegio - e sono stato cresciuto con l'idea che i privilegi siano da guardare con sospetto, anche quando sono a nostro favore (per dire: non si può dire che in Italia vi sia libertà di sposarsi, dato che il matrimonio è un privilegio riservato agli eterosessuali; personalmente, da eterosessuale sposato, trovo la cosa molto fastidiosa).

Così, forte del senso di colpa che la mia educazione cattolica e di sinistra mi garantisce di aver sempre a portata di mano, tendo a sentirmi un privilegiato per il fatto di poter lavorare con modalità organizzative che potrebbero - e, nel contesto attuale, certo dovrebbero - essere disponibili a chiunque svolga un'attività lavorativa per cui la presenza fisica non sia strettamente necessaria... mentre l'evidenza di conoscenti e parenti è che molte aziende, o molti diretti "superiori", continuano - nel 2020 ed in piena pandemia - a considerare un problema rinunciare al controllo diretto - visivo - dei proprio collaboratori, arrivando al punto di rendere abituali chiamate-fiume su un qualche strumento di comunicazione via web solo per ricostruire una parvenza di vita da ufficio. 

Mi chiedo se sia questione di mancanza di fiducia nei confronti dei colleghi; di inconsapevole mancanza di auto-stima (se non potessi controllare che cosa fanno gli altri non saprei che fare del mio tempo); di incapacità di ripensare i tradizionali modelli di gestione delle persone facendoli evolvere verso approcci più moderni... e mi rispondo che probabilmente si tratta di tutte queste motivazioni e di decine di altre. Nei momenti - frequenti -  di ottimismo mi dico anche che il futuro è ogni giorno più vicino e che io ho il "solo" privilegio di essere qualche passo più avanti della media...

Resta la sensazione che si tratti di un privilegio e che non si potrà parlare di vera e propria libertà di lavorare in modo smart fino a quando non sarà una condizione diffusa - del resto, libertà non è uno spazio libero/libertà è partecipazione...


martedì 16 giugno 2020

Due cose che ho imparato dal coronavirus

Breve elenco, in ordine sparso, di cose che ho imparato - che molti di noi hanno imparato - nei mesi di convivenza col Coronavirus, tra lockdown più o meno severo e timide riaperture.

  • a lavare le mani: voglio dire, se non abbiamo imparato dopo mesi di video, interviste, schede su quanto sia importante farlo e farlo bene... be', abbiamo capito perché il virus in questione ci ha ridotti così (impara l'arte e mettila da parte)
  • lavorare da casa è possibile: c'è chi, come me, aveva la possibilità di farlo almeno per la metà del tempo indipendentemente dal lockdown; ma tanti sono stati forzati a farlo e si è finito per scoprire che, guarda un po' 😱, funziona - non è un danno per le aziende, non è un danno per l'economia (da non dimenticare)
  • il mio lavoro mi rende un privilegiato: vedi punto precedente, che ovviamente non vale per tutti; per gli altri, mi aspetterei un sostegno dalle istituzioni più che una corsa a riaprire tutto in tempi brevissimi - ma ne parliamo dopo (senso di colpa)
  • la socialità è sopravvalutata: tutti a disperarsi per l'obbligo di distanziamento sociale, l'astinenza da aperitivi ed uscite serali, la mancanza di contatto umano sul lavoro - e poi tutti sorprendentemente sopravvissuti, sfruttando la tecnologia per rimanere vicini, sfrondando forse un po' i rami meno essenziali della propria socialità, e fondamentalmente anche godendosi un po' di solitudine e la compagnia dei propri familiari più vicini (nessun uomo è un isola ma forse un po' anche)
  • la corsa all'evento online: davvero, e metto in prima fila quelli che fanno il mio mestiere: avete un po' rotto, con questa patetica corsa a saltare sul treno del lockdown per raccontare di quanto siete bravi a continuare a lavorare e ad organizzare eventi, discussioni, tavole rotonde, e poi post, tweet, retweet, e podcast e conferenze on air... (il troppo stroppia)
  • la sanità privata fa più vittime di quella pubblica: incredibile come il pensare la sanità in ottica business prima che in ottica di servizio renda problematico gestire emergenze e picchi come quelli dei mesi scorsi - Lombardia prima in classifica, ancora una volta e non certo nella classifica più ambita, quella delle vittime da Covid-19 (eccellenze della sanità lombarda - ma dove?)
  • riavviare l'economia (Riaprire! Riaprire tutto!) sembra più importante che scongiurare una recrudescenza dell'epidemia - tra l'altro, dopo che i ritardi iniziali nel chiudere tutto, soprattutto in certe zone, sono stati tra le cause principali delle stragi dei mesi passati. Anche in questo caso, Lombardia in prima fila (i più ricchi del cimitero)
  • la madre degli idioti è sempre incinta: che cos'altro concludere, dopo aver visto le immagini di piazzale Arnaldo (a Brescia) affollata di persone senza mascherina, intente a placare l'astinenza da aperitivo, nel primo venerdì sera di riapertura? (quelli che il virus sono fatti degli altri) 
  • baci e abbracci: tutti quelli (non molti) che non ho scambiato fuori sono stati ampiamente compensati dal vivere ogni minuto della giornata fianco a fianco con mia moglie e le nostre bimbe; se mai torneremo ad una completa normalità, tutto questo mi mancherà
E poi tante altre, che al momento non mi vengono in mente e forse non meritano particolare primo piano, ma senza dubbio mi porterò dentro.

martedì 2 giugno 2020

2 giugno

Festa della Repubblica: una delle due feste nazionali legate alla storia italiana, bella e irrinunciabile come un 25 aprile, per dirla con gli Offlaga Disco Pax.
Ne ho parlato con mia figlia, affascinata - come tutti lo siamo stati, a nove anni - dall'idea di avere - o, meglio, che l'Italia abbia avuto, in passato - un re ed una famiglia reale.
Al di là dell'attualità, che ha visto i soliti noti, sedicenti patrioti che in Europa votano contro gli aiuti al nostro paese, violare qualunque indicazione anti- contagio ed anti-assembramento, perché va bene legge, ordine e sicurezza, ma solo quando sono loro a dirlo, a parte l'attualità, dicevo, abbiamo parlato dei re di ieri e dei relativi discendenti di oggi - ci fosse bisogno di un motivo per non essere monarchici, rileggetevi la recente querelle tra rami della famiglia Savoia e rispettivi sostenitori sull'appassionante tema le figlie di Emanuele Filiberto hanno diritto ad entrare in linea di successione?
Non affaticatevi il cervello, sostenitori di questo o di quel discendente di ex casata regnante: chi se ne frega è l'unica risposta, dato che la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

Ho ricordato un'altra cosa, alle mie figlie: settantaquattro anni di Repubblica, certo. Ma anche settantaquattro anni dalla prima occasione in cui le donne, in Italia, ebbero diritto di voto: mia nonna, per dire, aveva trentasette anni e sino ad allora mai aveva potuto votare. Ora lo diamo per scontato, ma nel passato del nostro paese monarchia, diritto divino a governare e ventennio fascista vollero dire anche che solo chi portava i pantaloni era considerato degno di prender parte alla vita pubblica...
Viva la Repubblica, una volta di più.

domenica 26 maggio 2019

Una maglietta per bandiera

Dunque: certificato elettorale pronto; carta d'identità pronta.
Maglietta rossa pronta.
Si va a votare.

Riflettendo su quanto mi ha scritto un amico, in genere più lucido del sottoscritto, circa l'idea di voto utile - leggi: mainstream - contro voto "sentito": io voterò un partito di massa a sinistra solo quando al suo interno sia riconciliata e presente una componente socialista, forte e organica. Votare una espressione più pulita ed educata (forse) del neoliberismo non mi interessa.

Buon voto a tutti.

sabato 25 maggio 2019

Che fare?

Secondo post "politico" sul mio stato d'animo alla vigilia di un appuntamento elettorale: con lo stesso sgradevole feeling del primo, il quale se non altro aveva il vantaggio di arrivare prima dell'attuale esperienza di governo gialloverde (ma soprattutto verde - e non nel senso dell'ambiente).

Sono abbastanza giovane da ricordare quando andare a votare era una gioia e le settimane precedenti il voto un periodo di entusiasmante attesa; e sono abbastanza vecchio da aver perso per strada, in ventitre anni ai seggi, quasi tutto quel gusto dell'attesa e quasi ogni gioia nel votare.
Il nocciolo del problema è, manco a dirlo, l'incertezza che fino all'ultimo mi accompagnerà nella "gita al seggio" di domani - e la consapevolezza che se non andassi a votare, in fondo, non avrei la sensazione (di pancia) di essermi perso granché, ma solo la certezza (di testa) di non aver fatto il mio dovere.

So chi non voterò mai, se non altro - non è una novità che scegliere da chi ci si sente diversi sia, per un elettore di sinistra, molto più facile che scegliere a chi sentirsi simili: ed è tutto qui, probabilmente, il vero dramma delle sinistre di casa nostra, capaci negli ultimi vent'anni di sperperare tutto ciò che poteva essere sperperato tra scissioni, personalismi, distinguo sul (quasi) niente.

Così... fedele all'idea molto gaberiana che libertà sia partecipazione andrò a votare, nella speranza di trovare una lista europeista di sinistra con qualche possibilità di superare lo sbarramento... diversamente, fallback sul PD, che se non altro non è più - non ufficialmente né formalmente, se non altro - quello di Renzi.

E se l'ultima volta l'unica speranza era che non vincesse nessuno da solo (cosa che si è poi verificata ma che non ha dato frutti particolarmente buoni...), questa volta è che qualcuno, sulla strada del seggio, sia colto dall'illuminazione che, se vogliamo lasciare qualcosa in eredità ai nostri figli, dell'Europa abbiamo bisogno e nell'Europa dobbiamo credere, al di là delle convenienze personali o di partito ed al di là delle ideologie (ché dell'Europa ha bisogno anche chi dell'Europa non vuol nemmeno sentir parlare...).

giovedì 21 febbraio 2019

Ministro dell'Insicurezza

Melegnano, hinterland milanese.
Profondo nord. 
Una famiglia, che come tante altre ha adottato un ragazzo di colore, viene minacciata con scritte razziste sul palazzo in cui vive: "Ammazza il negro" (ovviamente non in italiano: in dialetto - perché va bene prima gli Italiani ma, da sempre, prima che prima gli Italiani viene prima il Nord (do you remember, elettore del Sud che voti Salvini?)).
La madre del ragazzo in questione esprime un parere, piuttosto scontato vista la consueta sovraesposizione mediatica del Ministro (la maiuscola è per la carica, non per chi la ricopre) dell'Interno su qualsiasi tema (i compiti dei figli, la TAV, il derby di Milano, il caffé al mare...) e l'assordante silenzio in proposito: Salvini dovrebbe condannare il fatto, suggerisce.
Salvini risponde: rispetto il dolore di quella madre ma (come se il rispetto potesse avere dei ma) lei rispetti la richiesta di sicurezza.
Che cosa significano queste parole: che il Ministro dell'Interno ritiene che scrivere su un muro "Ammazza al negar", con tanto di svastica al seguito, sia una richiesta di sicurezza? Che il Ministro dell'Interno ritiene che adottare un ragazzo di colore minacci (oltre sa va san dire alla purezza dell'italica razza) la sicurezza degli Italiani e dunque in qualche modo giustifichi la comparsa di minacce di morte di stampo razzista?
Forse significa semplicemente che il Ministro dell'Insicurezza (se, com'egli sostiene, più clandestini significa meno sicurezza, il provvedimento peggiore degli ultimi decenni per la sicurezza degli Italiani è stato probabilmente il suo decreto (Decreto Insicurezza, appunto) che ne moltiplica il numero riducendo le possibilità di ottenimento dello status di rifugiato) ha person un'occasione per tacere - ma questo non ci stupisce più di tanto. Certo, dopo averlo visto bere il caffé a torso nudo tra luglio ed agosto, si poteva pensare che il fondo fosse stato raggiunto ma, a quanto pare, una volta arrivato al fondo il Ministro dell'Insicurezza, da buon milanese lavoratore, prende la pala ed inizia a scavare. Verso Nord, suppongo.

sabato 24 febbraio 2018

Potere troppe volte delegato ad altre mani

Votai per la prima volta il 21 aprile 1996: diciottenne da poco più di un mese, alle Elezioni Politiche che seguivano la prima nefasta esperienza di Berlusconi al Governo ed il Governo Dini e nelle quali, per la prima volta, si fronteggiavano Prodi e Berlusconi stesso.
Votai per Rifondazione Comunista, con l'entusiasmo di un ragazzino di quarta liceo e l'idea un po' ingenua che un voto potesse, davvero, cambiare - se non il mondo - qualcosa.
Quelle consultazioni andarono bene, se così si può dire: Prodi divenne Presidente del Consiglio anche con il sostegno di Rifondazione e rimase tale fino alla ben nota rottura con Bertinotti sulle cosiddette "Trentacinque ore": Rifondazione si spaccò, Prodi dovette lasciare in favore di D'Alema e poi di Amato e, con la testa ed il cuore di un ventenne, l'idea che un Governo potesse cadere su una questione di principio mi pareva ingenuamente bella - avvertenza per chi, da allora e per sempre, detesta Bertinotti ed i partiti "a sinistra del centrosinistra": la frase precedente rappresenta la cosa più vicina ad un'autocritica che mi sentirete mai fare in proposito.

Voterò di nuovo, tra una settimana ed a pochi giorni dal mio quarantesimo compleanno - in mezzo, ventidue anni ed un crescendo di distacco dall'entusiasmo di allora per la Politica che cambia il mondo che culmina nella totale incertezza su che cosa fare delle schede che mi verranno messe in mano domenica prossima.
Voterò nuovamente, dopo le Politiche del 2001 (vittoria di Berlusconi su Rutelli, mamma mia), quelle del 2006 (vittoria di un soffio di Prodi su Berlusconi, grazie al cosiddetto Porcellum pensato per evitare la vittoria del centrosinistra e poi rivelatosi incostituzionale), quelle del 2008 (vittoria di Berlusconi su Veltroni, con il primo esperimento, riuscito, di PD mangia-sinistra) e quelle del 2013, alle quali si devono l'esilarante non abbiamo perso di Bersani, la prima massiccia presenza grillina in Parlamento, le porcherie piddine sulla rielezione del Capo dello Stato, le occasioni perse da centrosinistra e Movimento Cinque Stelle per cambiare davvero qualcosa (confesso: un po' ci avevo sperato), l'epico Gianni, stai sereno rivolto a Letta da Renzi poco prima di fargli le scarpe, il PD oltre il 40% alle Europee, il suicido renziano sul Referendum Costituzionale e, dulcis in fundo, l'attuale Governo Gentiloni.

Voterò, sperando, per la prima volta, che non vinca nessuno: non la destra xenofoba ed antieuropea di Salvini, non il populismo senza ideologia del Movimento Cinque Stelle, non la maschera di vecchio buon senso democristiano del PD (sotto il partito: niente).  Voterò sperando in un pareggio a tre a valle del quale nessuno possa, da solo, governare a sua immagine e somiglianza, perché nessuna delle tre immagini rappresenta in alcun modo il mio modo di vedere il mondo e di pensare la società.
Poi, chiaramente, se uno dei tre mali deve vincere, il minore è ovviamente quello piddino: ma votarlo no, no davvero!, con la stupidità di ricandidare la Boschi o di non prendere le distanze da De Benedetti; con il suicidio ideologico della rielezione di Napolitano al Quirinale, con i franchi tiratori a bocciare Prodi e l'indisponibilità a votare Stefano Rodotà, fondatore del PD graditissimo ai grillini; con la riforma elettorale fatta per tagliar fuori, tra gli altri, la sinistra (se sinistra c'è): avete reso il mio voto inutile togliendo la possibilità del voto disgiunto, non rompetemi le palle col voto utile, non ora e possibilmente mai più.

PS: poi qualcuno voterò, e sarà Liberi e Uguali (nonostante D'Alema, mamma mia) o +Europa (ché Emma Bonino mi pare una brava persona, come Piero Grasso, ed una persona che si batte per ciò in cui crede). Ma dell'entusiasmo della mia prima volta al seggio elettorale è rimasto, davvero, quasi nulla.

sabato 21 ottobre 2017

Referendum Bagolino

Si vota in Lombardia ed in Veneto, domani; si vota per un Referendum consultivo regionale che, con formulazione diversa ma stesso spirito, mira a legittimare dal basso l'intenzione delle due giunte regionali di aprire con lo Stato italiano un tavolo per l'ottenimento di autonomie maggiori di quelle attuali.
Dell'inutilità dei Referendum in questione ho già scritto: si spendono (parlando della sola Lombardia) circa cinquanta milioni di €uro, per chiedere un'opinione circa l'opportunità di procedere con una richiesta che

  1. sarebbe possibile fare senza consultare gli elettori
  2. sarà possibile fare anche nell'auspicabile caso in cui l'affluenza fosse ridicola o vincessero i "No"
Torno sul tema, tuttavia, poiché mi ha ricordato una trasmissione radiofonica ascoltata molti anni fa, che molte volte ho utilizzato come esempio della medesima forma mentis, si fa per dire, che vedo in azione oggi. "Il sogno dei promotori del Referendum è l'autonomia di Lombardia e Veneto, sul modello del Trentino-Alto Adige o della Sicilia", ho letto da qualche parte un paio di giorni fa: e proprio di autonomia si parlava in quella trasmissione radiofonica, nel corso della quale l'allora Sindaco di Bagolino (BS, Lombardia) lamentava la disparità di trattamento che i suoi compaesani ottenevano dal Sistema Sanitario rispetto a quello che, in situazioni identiche, era offerto ai cittadini dei comuni confinanti situati in provincia di Trento. La cosa che al tempo mi colpì non fu l'analisi, sacrosanta, di una disparità inaccettabile - inaccettabile, aggiungerei, tra cittadini di uno stesso Stato. Mi colpì, al contrario, la successiva sintesi: l'iniziativa intrapresa dal Sindaco (leghista, come gli attuali Presidenti di Regione di Veneto e Lombardia - sarà un caso?) di Bagolino per porre rimedio a tale disparità. Di che iniziativa si trattava? Semplice: chiedere che il comune di Bagolino passasse in Trentino-Alto Adige! Perché, evidentemente, già allora il sogno era quello dell'autonomia regionale sul modello trentino.
La forma mentis, si fa per dire, che sostiene questo sogno è molto semplice: il totale disprezzo per un'idea cooperativa di Stato, l'idea che la soluzione di fronte ad un privilegio che si considera ingiusto possa essere quella di passare dalla parte del privilegiato.
Non è giusto che i miei compaesani abbiano un trattamento peggiore rispetto ai residenti in Trentino, quindi (ah, la logica!) voglio che il mio comune passi in Trentino. 
Non è giusto che una partita di calcio sia decisa dal fatto che il mio avversario compera gli arbitri, quindi la prossima volta sarò io a comperarli.
È il classico problema del confine, con il quale i leghisti si confrontano da quando è nato il loro movimento politico; prima contro i terroni, poi contro gli stranieri, ora contro gli extracomunitari, in futuro contro gli extraterresti, poi contro chi proviene da Sistemi stellari diversi da quello Solare - e così avanti: mai come in questo caso il limite è il cielo, anzi, ad essere più precisi la velocità della luce.
E quindi spostiamo il confine del privilegio: a quel punto sarà un problema di qualcun altro rendersi conto di essere sfavorito da esso e prendere le opportune iniziative.

(Personalmente, ma questo esula dall'intento del post, sono convinto che, se maggiore autonomia ci dev'essere, dev'essere la stessa per tutte le regioni - e comunque non può riguardare cose come le forze dell'ordine, la politica economica, la sanità, l'istruzione.)

sabato 14 ottobre 2017

E pensare che c'era il pensiero

Citano Gaber, i Grillini, a proposito delle recenti primarie bulgare che hanno incoronato Luigi Di Maio candidato premier ufficiale del partito a cinque stelle: Libertà è partecipazione.
Ora: al di là dell'apprezzabile ottimismo di chi parla di partecipazione di fronte all'espressione (dati ufficiali M5S) di circa trentasettemila voti su circa centoquarantamila aventi diritto (affluenza: 26,4%), quando alle primarie di un PD qualunque vota un numero di elettori (paganti) che in genere oscilla tra il milione ed i due; al di là dell'ottimismo, dicevo, la cosa mi ha fatto sorridere, poiché i stesso, in qualche occasione, sono stato portato ad associare versi di Gaber al partito di Grillo: difficile sentir parlare Di Maio senza chiedersi che fine abbia fatto il pensiero, in effetti. E chissà poi che cosa direbbe Cartesio:

Nel secolo che sta morendo s’inventano demagogie
E questa confusione è il mondo delle idee.
A questo punto si può anche immaginare
che potrebbe dire o reinventare un Cartesio nuovo e un po’ ribelle
Un mare di parole un mare di parole
Un mare di parole un mare di parole
Io penso dunque sono un imbecille.


giovedì 5 ottobre 2017

Il Referendum che non c'è

Si parla di Referendum locali, in questi giorni: a proposito di quello appena svoltosi in Catalogna e, dalle nostre parti, a proposito di quello che si terrà tra un paio di settimane in Lombardia e Veneto.
Se ne parla accostandoli, come si trattasse di manifestazioni simili di fenomeni simili.
Personalmente, sono convinto che non vi sia alcuna similarità tra le due cose, se non il fatto che in Catalogna si è votato e nelle due regione del Nord Italia si voterà.
Non vi è similarità dal punto di vista formale, prima di tutto: in Catalogna si è trattato dello svolgimento di un Referendum dichiarato incostituzionale dalle massime autorità giudiziarie e la consultazione si è dunque svolta al di fuori del contesto della "legalità" così come prevista dalla Spagna; in Veneto e Lombardia si svolgerà un Referendum consultivo che ha ottenuto il via libera, dal punto di vista costituzionale, dello Stato italiano.
Non vi è similarità dal punto di vista dei contenuti: Referendum per l'indipendenza quello catalano, Referendum per l'autonomia, qualunque cosa ciò significhi, quello lombardo-veneto.
E, per quel che sento dire e per quello che so delle motivazioni, non vi è similarità nemmeno nello spirito: se nel Nord Italia si invoca autonomia, principalmente fiscale, sostenendo che "Lombardia e Veneto pagano allo Stato italiano più di quanto ne ottengono in cambio" (il classico Roma ladrona, dunque, versione fiscale dell'immortale Padroni a casa nostra), in Catalogna si anela all'indipendenza, oltre che per motivazioni storiche e culturali di lunghissima data (si pensi solo al classico "Repubblica o Monarchia?"), sostenendo che la pressione fiscale nella regione di Barcelona è maggiore che nel resto della Spagna: nel Nord Italia ci si vuole dunque sottrarre all'idea di solidarietà tra diverse regioni di uno stesso Stato, nella regione della Spagna ci si vuole sottrarre ad un trattamento fiscale differente rispetto a quello in atto nel resto del Paese.

Ma, nella pratica, in che cosa consiste esattamente il Referendum lombardo-veneto? Qualcuno ne ha parlato dicendo che è come chiedere il permesso per suonare il campanello - ed in effetti sembra sia così: si tratta fondamentalmente di consultarsi con gli elettori circa l'opportunità di richiedere allo Stato italiano, nelle sedi competenti e nei modi previsti dalla legislazione di quest'ultimo, genericissime maggiori autonomie. Una sorta di Referendum che non c'è, utile - si fa per dire - solo a spendere qualche decina di milioni di euro dei contribuenti (ma non era l'odiata Roma ad essere ladrona?). Un Referendum al quale personalmente non parteciperò: per suonare il campanello, in fondo, non c'è bisogno del mio permesso.

giovedì 30 marzo 2017

C'era una volta il PD

È successo che qualche mese fa si è svolto un referendum costituzionale, su temi strettamente tecnici e ben poco politici come il bilanciamento dei poteri, l'assetto istituzionale, i ruoli delle Camere e la rappresentanza degli enti locali in Parlamento.
È successo che, poco cautamente, il Presidente del Consiglio in carica, in quota PD, ha trasformato il referendum in questione in una sorta di ordalia sulla sua persona - se vince il "No" me ne vado - e che questo ha catalizzato attorno al "No" le posizioni di chi, pur non avendone una tecnica, altro non desiderava che dargli un calcio nel sedere.
È successo che chi, come me, intendeva votare "No" nel merito è stato accostato per settimane, dal coro ufficial-piddino , alle schiere grilline, salviniane e meloniane, al grido (ispirato più che illuminato) di se vince il "No" ci troviamo Grillo o Salvini al Governo (e perché non entrambi, aggiungo io?).
È successo che, alla fine, ha vinto il "No", il Presidente del Consiglio s'è dimesso (cosa sulla quale non avrei messo la mano sul fuoco: era pur sempre lo stesso che mai sarebbe andato a Palazzo Chigi se non attraverso elezioni) sostituito al Governo da un compagno di partito già suo ministro, la fronda interna del PD (compresi due ex segretari, il che qualcosa vorrà dire, nel bene o nel male, circa il cambio di linea del partito negli ultimi anni) ha optato per la scissione ed insomma, ora il partito di maggioranza relativa s'è spaccato in due, e chissà, davvero forse la profezia auto-avverante di Grillo o Salvini al Governo si realizzerà.
In tutto questo, la colpa ovviamente è sempre di quelli come me, che hanno votato "No" da sinistra ed avrebbero dovuto votare "Sì" pur di non votare con Salvini (il che implica che il piddino  ispirato più che illuminato, se Salvini consigliasse di non buttarsi da un ponte, non esiterebbe a saltare), che non hanno più rappresentanza politica da un pezzo perché qualcuno ha deciso che la sinistra può vincere solo se gioca a fare la destra - e poi sai che c'è, un po' in fondo si diverte anche; quelli come me che hanno criticato il voler dare ad una questione tecnica e di merito un significato politico e di fiducia, col rischio evidente di, perdonate la metafora, prenderlo nel culo; quelli come me deplorabili poiché votano sempre contro, ma poi la scissione della gioiosa macchina da guerra piddina non l'abbiamo certo fatta noi.
Davvero, non potete pensarlo sul serio...    

Ma tutto questo Beppe non lo sa

Quindi, per usare una metafora: diciamo che c'è un centro sportivo che porta il mio nome, ma il contratto d'affitto non è a nome mio, né lo sono i diritti d'immagine relativi agli eventi che in esso si svolgono o vengono pubblicizzati. Diciamo che questo mi permette di lavarmi le mani di qualunque eventuale problema legale dovuto ad organizzazione di eventi inappropriati, striscioni ingiuriosi di tifosi intemperanti, problemi di sicurezza per il pubblico.
Diciamo che periodicamente nel centro sportivo in questione vengono organizzati tornei interni, allo scopo di stabilire chi, in una particolare disciplina, rappresenterà il circolo nei tornei ufficiali. Diciamo che in qualche occasione mi sono preso la libertà di intervenire, a torneo concluso, indicando il secondo classificato come unico rappresentante del circolo a me gradito, benché il primo avesse gareggiato secondo le regole ed ottenuto, tra l'altro, il favore del pubblico - diciamo che l'ho fatto arrogandomi il ruolo di garante delle attività del circolo e garantendo agli iscritti che possono fidarsi del mio giudizio, senza motivarlo ulteriormente.
Davvero avete voglia di iscrivere i vostri figli al mio centro sportivo?

Diciamo che io non sono io, bensì un ex comico recentemente convertito alla politica.
Diciamo che il centro sportivo non è un centro sportivo, bensì un sito web, ed in particolare un blog: col nome del suddetto, registrato a nome di altri, gestito dal punto di vista economico da altri ancora.
Diciamo che non vi sono eventi sportivi, bensì un movimento politico, portato in grembo dal comico in questione nel blog in questione.
Diciamo che non vi sono striscioni inappropriati né eventi inappropriati, ma qualche post ingiurioso ed insultante sì.
Diciamo che non vi sono tornei interni, tornei ufficiali, vincitori dei primi sconfessati in vista dei secondi, bensì elezioni primarie, elezioni amministrative, candidati malvisti perché "dovete fidarvi di me", candidati aziendalmente allineati.
Davvero avete voglia di votare per tutto questo?

sabato 11 giugno 2016

Il sale della terra

Movimento Family Day, si autodefiniscono i gruppi che, ripetutamente nel passato, l'ultima volta pochi mesi fa, si sono mobilitati per protestare contro l'idea, poi diventata legge, di dare un riconoscimento giuridico alle unioni tra persone dello stesso sessi.
Al di là della pretesa racchiusa nella scelta del nome, etichettare come unica famiglia possibile quella formata da un uomo, una donna e dai loro figli, pretesa che sarebbe stata ridicola già duemila anni fa, mi colpisce, sempre, ed un po' mi (dis)turba, l'idea che qualcuno possa pensare di manifestare non per ottenere un diritto, bensì per negare un diritto a qualcun altro.
Perché di questo si tratta: ché dare a persone dello stesso sesso la possibilità di un riconoscimento legale della loro unione nulla toglie a chi, eterosessuale, questa possibilità già ce l'ha.
L'idea, chiaramente, è la solita: le scelte personali di alcuni, dovute a personale convinzione o personalissima fede, dovrebbero valere, per legge, per tutti - il che è ovviamente assurdo in qualunque stato laico.
Quali siano, poi, queste convinzioni e questa fede, il cui primo fine sia quello di negare ad altri qualcosa che nulla toglie ad essi, sarebbe interessante conoscere - e chi conosce certe cose, si sa, poi le evita.
Davvero, siete il sale della terra: nel senso che, fosse per voi, su di essa non crescerebbe più nulla.

lunedì 7 dicembre 2015

Chiese

(nel senso del sostantivo, non in quello della voce verbale)

Esistono molte chiese - e non solo nel senso degli ahimé onnipresenti edifici esentasse.

Esistono molte Chiese a seguito della Riforma Protestante, della relativa Controriforma e di tutte le dispute che ne sono seguite e che mai si ricomporranno - se del resto ci si divide su questioni essenziali come la verginità di Maria, quali possibilità ci sono di trovare, poi, un accordo?

Ma esistono molte chiese anche nella Chiesa (l'unica, la vera, l'originale: Romana e Santa, manco a dirlo); c'è la chiesa del Ministero e quella delle Comunità, sosteneva il sacerdote che mi ha sposato, sottintendendo che non sempre le due realtà vanno d'accordo e che diversa è la sensibilità nei confronti diciamo della vita reale delle persone reali.

La cosa mi è tornata in mente, e mi è parsa evidente, notando il differente tono dei commenti ai recenti fatti di Rozzano provenienti da diverse parti della Chiesa.
La nota ufficiale della CEI, l'essenza cioè della Chiesa intesa come struttura di potere, parlava (a proposito dell'iniziativa, come visto ampiamente distorta ed ingigantita nel racconto della stampa, del preside di Rozzano) di scelta ideologica.
Il vescovo di Padova, monsignor Cipolla, ha affermato, al contrario, che di fronte alla necessità di salvare la fraternità si deve essere disposti anche a fare un passo indietro (sull'ostentazione di simboli di carattere religioso, ndr), poiché le religioni non possono e non devono essere motivo di divisione.
Un sacerdote bresciano (e suppongo come lui molti altri), ancora, si chiede durante una nota trasmissione televisiva come chi si erge a difensore e baluardo della cristianità quando si tratta di presepe e canti religiosi non combatta con la stessa forza per il messaggio evangelico di apertura ed accoglienza verso tutti - risposta: perché la coerenza richiede intelligenza ed onestà intellettuale, al di là delle proprie convenienze politiche ed elettorali.

Esistono dunque molte chiese - poi ognuno, se proprio deve, sceglie quella che preferisce e la scelta è piuttosto facile.

martedì 1 dicembre 2015

Ciuchino alle Crociate

Mancava l'asinello, al presepe della scuola di Rozzano: lacuna tempestivamente colmata dall'arrivo di Matteo Salvini e dintorni, armati di statuine e canti natalizi.
Motivo scatenante del crociato accorrere, la notizia - vecchia di qualche giorno e cui fa, a quanto pare, difetto l'accordo con i fatti - rimbalzata tra giornali e televisioni secondo cui il preside di una scuola del milanese avrebbe vietato la festa di Natale e fatto rimuovere i crocifissi dalle aule.
E via con la consueta cacofonia di difenderemo le nostri radici cristiane e giù le mani dalle nostre tradizioni: il tutto ad opera del crociato divorziato Salvini, leader del Partito del Dio Po (nel senso del fiume, non nel senso della bestemmia) - ma quando si tratta di xenofobia, evidentemente, tutto fa brodo.
Ora: a parte che non ho mai capito per quale motivo scelte personalissime come quelle religiose andrebbero difese nella scuola pubblica di uno Stato laico (o sedicente tale); né perché in un luogo pubblico istituzionale (una scuola, un tribunale, un ufficio pubblico) dovrebbero far mostra di sé simboli religiosi di una sola confessione; né perché il fatto che qualcosa rappresenti per qualcuno una tradizione dovrebbe rendere la cosa in questione intoccabile  e sacra (per dire: mutilazioni genitali praticate sui neonati o sui bambini, come la circoncisione o l'infibulazione, sono senza dubbio tradizioni, per qualcuno; ed anche un certo tipo di intimità tra sacerdoti e fanciulli, tradizionalmente, è statisticamente molto più frequente di comportamenti analoghi che coinvolgono laici); e che dunque sarei stato d'accordo con il preside anche se le cose fossero andate come sono state presentate; ma pare proprio che non siano andate così.

A quanto pare, il barbaro divieto riguardava esclusivamente l'ingresso in orario di mensa di due mamme intenzionate ad insegnare canti religiosi ai bambini cristiani - e contestarlo mi pare si commenti da sé, a meno che non si voglia sostenere l'idea che genitori ex alpini debbano poter insegnare canti di montagna ai loro figli in sala mensa o, ancora, che durante il pranzo con i compagni di scuola bimbi cinesi debbano poter ricevere la visita di genitori intenzionati a cantare con loro l'inno del loro paese.

A proposito del presunto divieto, a quanto pare inventato dalla stampa e cavalcato dai soliti noti (tra i quali s'è distinto, come raramente gli capita, il Ministro dell'Interno, che sembra abbia espresso il parere secondo cui il Presepe dovrebbe essere esposto anche in tutte le prefetture; e presso tutti i semafori del Regno!), di festeggiare il Natale a scuola: personalmente, e laicamente, trovo che una festa tra bimbi e genitori sia un bel momento di aggregazione e - dio non voglia! - d'integrazione; trovo invece che una festa religiosa in una scuola pubblica sarebbe  decisamente inopportuna ed irregolare, ma mi pare che si siano fatti passi da gigante rispetto alla messa della scuola di quando alle elementari, in una scuola pubblica, andavo io.
Piena fiducia in insegnanti e dirigenti scolastici, per quanto mi riguarda e vedo ogni giorno.

Mi si dice, infine, che insistere su questi temi - la laicità, fondamentalmente, declinata nelle scuole e nel contesto dell'integrazione con culture e fedi diverse - sia fare un regalo, in termini di voti, a Salvini e spiccioli. Noto sommessamente che esprimersi basandosi sull'idea di non fare regali, in senso elettorale, a questo od a quell'avversario ci ha donato vent'anni di berlusconismo per poi catapultarci tra Renzi, Grillo e Salvini: direi che abbiamo già dato - e comunque non si arretra, sulle questioni di principio, per il rischio di fare un regalo a qualcuno.

sabato 14 novembre 2015

(Cinque) Stelle cadenti

Che il senso dell'umorismo non sia il punto di forza dei cosiddetti Grillini non è una novità - si tratta del resto di un tratto comune alle organizzazioni ed ai movimenti che agiscono secondo dinamiche di carattere pseudo-religioso.
Che il MIO senso dell'umorismo tenda al contrario ad essere un po' estremo, con una certa passione per doppi sensi linguistici e non-sensi, è cosa tutto sommato nota, sopportata dai più e pensata con sconforto da qualcuno: ne ho già parlato qui, spiegando come, per me, ridere di un doppio senso linguistico sia questione sostanzialmente razionale e formale che non ha in alcun modo a che fare con considerazioni emozionali, di merito o di rispetto (qualunque cosa questo significhi).

Nulla di strano dunque se il gioco di parole di Luciana Littizzetto (il video completo si trova qui), che sfrutta due significati della parola movimento per fare una battuta sulle stelle cadenti riagganciandosi ad un articolo sugli escrementi degli astronauti, mi ha fatto ridere - e nulla di strano se ho trovato assolutamente fuori luogo le levate di scudi grilline contro una frase considerata, invece, insultante.
Per quanto mi riguarda ho riso, senza che questo in alcun modo mi abbia suggerito l'associazione tra M5S (che non amo particolarmente né particolarmente disprezzo) ed il concetto di (mi si passi il francesismo) merda.

Detto questo, non mi stupisce che chi ha la manifesta tendenza a prendersi un po' troppo sul serio si senta attaccato da un gioco di parole che, si darà atto alla Littizzetto (il cui umorismo non mi piace né più né meno di altri), era collocato nel contesto di altri dello stesso tipo e sullo stesso tema.
Mi stupisce forse un po' di più la netta presa di posizione filo-censura di chi ha costruito la propria fortuna su una vis comica non esattamente improntata ai toni sommessi ed alla cura nell'evitare l'insulto - ma probabilmente anche per Grillo, come per molti politici, le regole valgono per gli altri mentre per se stessi si interpretano... il che, a voler ben vedere, non fa altro che confermare la tesi grillina secondo cui i politici sono, ed in questo caso evidentemente è così, tutti uguali.

domenica 9 agosto 2015

Il judo è una rottura di coglioni

(e con questo titolo mi sono garantito, se non altro, qualche lettura indignata)
Un'attività che va molto sui social network, nella giornata di oggi, consiste nello scagliarsi contro gli organi di informazione - diciamo giornali e telegiornali - che non danno alcuno spazio alla notizia della vittoria dei mondiali di judo da parte di un Italiano - gli stessi giornali e telegiornali che danno invece accurata cronaca di ogni pisciata di calciatore.
Personalmente la cosa non mi stupisce né mi indigna, ed anzi tutte queste lamentele iniziano a darmi non poca noia... per un paio di motivi che cercherò di spiegare.
Primo: giornali e telegiornali, nella pratica, confezionano quello che è, a tutti gli effetti, un prodotto - ed un prodotto è buono, dal punto di vista di chi lo crea, se vende.

Secondo: il judo, come bene o male gli altri "sport in pigiama/mutande", è una rottura di coglioni. Badate: non secondo me, né (tantomeno) in assoluto, né sempre.
Lo è in Italia,  nel 2015 (e per dire quanto conti il contesto del "qui ed ora": per chi abbia visto una qualunque partita di serie B attuale, anche il famosissimo Italia-Germania semifinale dei Mondiali di Calcio del 1970 è una rottura di coglioni, con l'aggravante dei supplementari).
Lo è in un particolare mercato, nel quale si muovono i media di cui sopra.
Poi, certo: ci sono Italiani che amano le arti marziali e - legittimamente - vorrebbero averne notizia sui media nazionali mainstream. Altrettanto legittimamente, contesteranno la mia sintesi un po' troppo netta: ogni scarrafone, in fondo, è bello a mamma sua. Ma in Italia, oggi, gli scarrafoni cui interessa il judo non sono molti, mentre l'italico scarrafone medio sbiella per due calci tirati ad una palla.

Quindi: se (ed è un se grande come una montagna) si accetta il darwinismo economico capitalista per cui sopravvivono, o addirittura vedono la luce, solo prodotti che vendono: e se si accetta che un giornale od un telegiornale si muova, per quanto riguarda lo spazio dato alle informazioni, con logica di prodotto/profitto (precondizioni queste che non mi paiono in discussione nei contesti ove si piagnucola per la mancata notizia da judochi), è fuori luogo poi meravigliarsi perché nel 2015 in Italia si parla quasi solo di calcio (anni fa il sito web del maggior quotidiano sportivo italiano relegava la notizia di Bettini campione del mondo di ciclismo e quella della Nazionale di pallavolo femminile campione d'Europa alle spalle del risultato del derby di Torino - per dire).
Tutto qui: la retorica dell'italico orgoglio per il connazionale che eccelle nello sport invece me la risparmio (risparmiandovi i relativi commenti), ché qualunque forma di anche solo velato nazionalismo è per quanto mi riguarda l'equivalente ideologico della spazzatura.