domenica 12 maggio 2019

La prova del nove

Sono stato tre giorni in montagna con tutti i colleghi, in occasione di un'iniziativa di team building in cui, tra le altre cose, alcuni di noi - immodestamente autocandidati ma  democraticamente selezionati - hanno avuto la possibilità di parlare agli altri di un argomento a scelta: tra gli altri, vino, nodi, supereroi "reali" (nel senso della realtà, non nel senso del re: tutti repubblicani, quanto a questo),  videogiochi, kung fu.

Io ho scelto una minuscola goccia nel mare della matematica - del resto, c'è altra disciplina che valga la pena studiare?

Così ho parlato della prova del nove, croce e delizia di tanti studenti di medie e superiori: del perché funziona (la funzione che ad ogni intero associa la sua classe di resto in modulo k "si comporta bene" con le operazioni di somma e prodotto - tecnicamente: è un isomorfismo da Z in Zk), di quali sono i suoi limiti, del perché - benché sia possibile - non si utilizzino la prova del cinque o quelle del sette bensì proprio quella del nove. Conclusione scoppiettante con una moltiplicazione in base quattro il cui risultato abbiamo verificato con la prova del tre.
Sipario.

Nessuna slide, lavagna di carta ed un paio di pennarelli (lo scopo principale del cui design sembra essere quello di trasferire l'inchiostro dal proprio interno alle mie mani). Una mezz'ora, probabilmente abbondante nonostante le promesse.

È stato bello, mi sono divertito (non so se per gli uditori si possa dire lo stesso e qualche faccia perplessa c'era) ed oggi, dopo un paio di giorni di "decantazione", ho realizzato che si  è trattato della prima lezione di matematica della mia vita, se escludiamo qualche sproloquio destrutturato alla lavagna in ufficio tanti anni fa  e qualche lezione privata ad un amico di mia sorella che, per anonimato e con riferimento al livello di ricettività, chiameremo ciuchino.
Ho sempre avuto il dubbio di aver sbagliato qualcosa, nelle mie scelte universitarie ed in ciò che ne è seguito professionalmente. L'esperienza in università mi ha insegnato che nulla emoziona quanto spiegare qualcosa che piace. Questa esperienza mi regala il dubbio che nulla emozioni quanto insegnare qualcosa che si ama - e c'è qualcosa che meriti più amore della matematica?

mercoledì 3 aprile 2019

Bootstrap dell'access point

Quindi: un dispositivo per connettersi alla rete, la cui configurazione è possibile solo mediante apposita applicazione, disponibile per un solo sistema operativo (va be': con licenza parlando - indovinate quale) e comodamente scaricabile dalla rete.

Ora: sono il solo a vedere che c'è un problema di design di processo grande come una casa? Ma chi l'ha pensato, un ingegnere gestionale??

Sembra la versione da ufficio del bootstrap di un compilatore...


giovedì 21 febbraio 2019

Ministro dell'Insicurezza

Melegnano, hinterland milanese.
Profondo nord. 
Una famiglia, che come tante altre ha adottato un ragazzo di colore, viene minacciata con scritte razziste sul palazzo in cui vive: "Ammazza il negro" (ovviamente non in italiano: in dialetto - perché va bene prima gli Italiani ma, da sempre, prima che prima gli Italiani viene prima il Nord (do you remember, elettore del Sud che voti Salvini?)).
La madre del ragazzo in questione esprime un parere, piuttosto scontato vista la consueta sovraesposizione mediatica del Ministro (la maiuscola è per la carica, non per chi la ricopre) dell'Interno su qualsiasi tema (i compiti dei figli, la TAV, il derby di Milano, il caffé al mare...) e l'assordante silenzio in proposito: Salvini dovrebbe condannare il fatto, suggerisce.
Salvini risponde: rispetto il dolore di quella madre ma (come se il rispetto potesse avere dei ma) lei rispetti la richiesta di sicurezza.
Che cosa significano queste parole: che il Ministro dell'Interno ritiene che scrivere su un muro "Ammazza al negar", con tanto di svastica al seguito, sia una richiesta di sicurezza? Che il Ministro dell'Interno ritiene che adottare un ragazzo di colore minacci (oltre sa va san dire alla purezza dell'italica razza) la sicurezza degli Italiani e dunque in qualche modo giustifichi la comparsa di minacce di morte di stampo razzista?
Forse significa semplicemente che il Ministro dell'Insicurezza (se, com'egli sostiene, più clandestini significa meno sicurezza, il provvedimento peggiore degli ultimi decenni per la sicurezza degli Italiani è stato probabilmente il suo decreto (Decreto Insicurezza, appunto) che ne moltiplica il numero riducendo le possibilità di ottenimento dello status di rifugiato) ha person un'occasione per tacere - ma questo non ci stupisce più di tanto. Certo, dopo averlo visto bere il caffé a torso nudo tra luglio ed agosto, si poteva pensare che il fondo fosse stato raggiunto ma, a quanto pare, una volta arrivato al fondo il Ministro dell'Insicurezza, da buon milanese lavoratore, prende la pala ed inizia a scavare. Verso Nord, suppongo.

venerdì 11 gennaio 2019

Vent'anni dopo

Quale musica ascoltare, oggi, lo decide il calendario.

Le canzoni di Fabrizio De André, ne ho scritto mille volte, hanno accompagnato la mia infanzia (le cantava mia mamma quand'ero piccolo: imprinting musicale assicurato) e la mia crescita e fanno parte, in qualche modo, della persona che, a quarant'anni, sono diventato - del mio modo di vedere il mondo, di pensare gli altri, di immaginare il futuro.
Così... è strano, ed un po' triste, pensare che uno dei miei cantanti preferiti - il mio preferito, probabilmente; e comunque quello che mi ha accompagnato quando sono stato felice o triste o arrabbiato o speranzoso o ribelle o (semplicemente) me stesso - è morto da vent'anni: quasi metà della mia vita, vissuta senza di lui.
Al di là di vuote domande come chissà che altro avrebbe scritto, in questi vent'anni, ho un solo vero rimpianto: non averlo mai ascoltato dal vivo. Per il resto, vale - ancora una volta - il verso di una sua canzone: è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

Ciao Fabrizio.

domenica 4 novembre 2018

Quando l'anima è fashion

- Mamma: Laura, preparati, così vieni a messa con me e con Irene...
- Laura: No, no, non voglio venire a messa...
- Mamma: Dai, andiamo insieme, c'è anche tua sorella...
- Laura: No no, io sto a casa con papino...
- Mamma: Dai, preparati, così ti metti anche le scarpe nuove!
- Laura: Sììììììììì!
- Papà (ridendo): hai proprio venduto la tua anima per un paio di scarpe!!!!

sabato 24 febbraio 2018

Potere troppe volte delegato ad altre mani

Votai per la prima volta il 21 aprile 1996: diciottenne da poco più di un mese, alle Elezioni Politiche che seguivano la prima nefasta esperienza di Berlusconi al Governo ed il Governo Dini e nelle quali, per la prima volta, si fronteggiavano Prodi e Berlusconi stesso.
Votai per Rifondazione Comunista, con l'entusiasmo di un ragazzino di quarta liceo e l'idea un po' ingenua che un voto potesse, davvero, cambiare - se non il mondo - qualcosa.
Quelle consultazioni andarono bene, se così si può dire: Prodi divenne Presidente del Consiglio anche con il sostegno di Rifondazione e rimase tale fino alla ben nota rottura con Bertinotti sulle cosiddette "Trentacinque ore": Rifondazione si spaccò, Prodi dovette lasciare in favore di D'Alema e poi di Amato e, con la testa ed il cuore di un ventenne, l'idea che un Governo potesse cadere su una questione di principio mi pareva ingenuamente bella - avvertenza per chi, da allora e per sempre, detesta Bertinotti ed i partiti "a sinistra del centrosinistra": la frase precedente rappresenta la cosa più vicina ad un'autocritica che mi sentirete mai fare in proposito.

Voterò di nuovo, tra una settimana ed a pochi giorni dal mio quarantesimo compleanno - in mezzo, ventidue anni ed un crescendo di distacco dall'entusiasmo di allora per la Politica che cambia il mondo che culmina nella totale incertezza su che cosa fare delle schede che mi verranno messe in mano domenica prossima.
Voterò nuovamente, dopo le Politiche del 2001 (vittoria di Berlusconi su Rutelli, mamma mia), quelle del 2006 (vittoria di un soffio di Prodi su Berlusconi, grazie al cosiddetto Porcellum pensato per evitare la vittoria del centrosinistra e poi rivelatosi incostituzionale), quelle del 2008 (vittoria di Berlusconi su Veltroni, con il primo esperimento, riuscito, di PD mangia-sinistra) e quelle del 2013, alle quali si devono l'esilarante non abbiamo perso di Bersani, la prima massiccia presenza grillina in Parlamento, le porcherie piddine sulla rielezione del Capo dello Stato, le occasioni perse da centrosinistra e Movimento Cinque Stelle per cambiare davvero qualcosa (confesso: un po' ci avevo sperato), l'epico Gianni, stai sereno rivolto a Letta da Renzi poco prima di fargli le scarpe, il PD oltre il 40% alle Europee, il suicido renziano sul Referendum Costituzionale e, dulcis in fundo, l'attuale Governo Gentiloni.

Voterò, sperando, per la prima volta, che non vinca nessuno: non la destra xenofoba ed antieuropea di Salvini, non il populismo senza ideologia del Movimento Cinque Stelle, non la maschera di vecchio buon senso democristiano del PD (sotto il partito: niente).  Voterò sperando in un pareggio a tre a valle del quale nessuno possa, da solo, governare a sua immagine e somiglianza, perché nessuna delle tre immagini rappresenta in alcun modo il mio modo di vedere il mondo e di pensare la società.
Poi, chiaramente, se uno dei tre mali deve vincere, il minore è ovviamente quello piddino: ma votarlo no, no davvero!, con la stupidità di ricandidare la Boschi o di non prendere le distanze da De Benedetti; con il suicidio ideologico della rielezione di Napolitano al Quirinale, con i franchi tiratori a bocciare Prodi e l'indisponibilità a votare Stefano Rodotà, fondatore del PD graditissimo ai grillini; con la riforma elettorale fatta per tagliar fuori, tra gli altri, la sinistra (se sinistra c'è): avete reso il mio voto inutile togliendo la possibilità del voto disgiunto, non rompetemi le palle col voto utile, non ora e possibilmente mai più.

PS: poi qualcuno voterò, e sarà Liberi e Uguali (nonostante D'Alema, mamma mia) o +Europa (ché Emma Bonino mi pare una brava persona, come Piero Grasso, ed una persona che si batte per ciò in cui crede). Ma dell'entusiasmo della mia prima volta al seggio elettorale è rimasto, davvero, quasi nulla.

sabato 21 ottobre 2017

Referendum Bagolino

Si vota in Lombardia ed in Veneto, domani; si vota per un Referendum consultivo regionale che, con formulazione diversa ma stesso spirito, mira a legittimare dal basso l'intenzione delle due giunte regionali di aprire con lo Stato italiano un tavolo per l'ottenimento di autonomie maggiori di quelle attuali.
Dell'inutilità dei Referendum in questione ho già scritto: si spendono (parlando della sola Lombardia) circa cinquanta milioni di €uro, per chiedere un'opinione circa l'opportunità di procedere con una richiesta che

  1. sarebbe possibile fare senza consultare gli elettori
  2. sarà possibile fare anche nell'auspicabile caso in cui l'affluenza fosse ridicola o vincessero i "No"
Torno sul tema, tuttavia, poiché mi ha ricordato una trasmissione radiofonica ascoltata molti anni fa, che molte volte ho utilizzato come esempio della medesima forma mentis, si fa per dire, che vedo in azione oggi. "Il sogno dei promotori del Referendum è l'autonomia di Lombardia e Veneto, sul modello del Trentino-Alto Adige o della Sicilia", ho letto da qualche parte un paio di giorni fa: e proprio di autonomia si parlava in quella trasmissione radiofonica, nel corso della quale l'allora Sindaco di Bagolino (BS, Lombardia) lamentava la disparità di trattamento che i suoi compaesani ottenevano dal Sistema Sanitario rispetto a quello che, in situazioni identiche, era offerto ai cittadini dei comuni confinanti situati in provincia di Trento. La cosa che al tempo mi colpì non fu l'analisi, sacrosanta, di una disparità inaccettabile - inaccettabile, aggiungerei, tra cittadini di uno stesso Stato. Mi colpì, al contrario, la successiva sintesi: l'iniziativa intrapresa dal Sindaco (leghista, come gli attuali Presidenti di Regione di Veneto e Lombardia - sarà un caso?) di Bagolino per porre rimedio a tale disparità. Di che iniziativa si trattava? Semplice: chiedere che il comune di Bagolino passasse in Trentino-Alto Adige! Perché, evidentemente, già allora il sogno era quello dell'autonomia regionale sul modello trentino.
La forma mentis, si fa per dire, che sostiene questo sogno è molto semplice: il totale disprezzo per un'idea cooperativa di Stato, l'idea che la soluzione di fronte ad un privilegio che si considera ingiusto possa essere quella di passare dalla parte del privilegiato.
Non è giusto che i miei compaesani abbiano un trattamento peggiore rispetto ai residenti in Trentino, quindi (ah, la logica!) voglio che il mio comune passi in Trentino. 
Non è giusto che una partita di calcio sia decisa dal fatto che il mio avversario compera gli arbitri, quindi la prossima volta sarò io a comperarli.
È il classico problema del confine, con il quale i leghisti si confrontano da quando è nato il loro movimento politico; prima contro i terroni, poi contro gli stranieri, ora contro gli extracomunitari, in futuro contro gli extraterresti, poi contro chi proviene da Sistemi stellari diversi da quello Solare - e così avanti: mai come in questo caso il limite è il cielo, anzi, ad essere più precisi la velocità della luce.
E quindi spostiamo il confine del privilegio: a quel punto sarà un problema di qualcun altro rendersi conto di essere sfavorito da esso e prendere le opportune iniziative.

(Personalmente, ma questo esula dall'intento del post, sono convinto che, se maggiore autonomia ci dev'essere, dev'essere la stessa per tutte le regioni - e comunque non può riguardare cose come le forze dell'ordine, la politica economica, la sanità, l'istruzione.)

sabato 14 ottobre 2017

E pensare che c'era il pensiero

Citano Gaber, i Grillini, a proposito delle recenti primarie bulgare che hanno incoronato Luigi Di Maio candidato premier ufficiale del partito a cinque stelle: Libertà è partecipazione.
Ora: al di là dell'apprezzabile ottimismo di chi parla di partecipazione di fronte all'espressione (dati ufficiali M5S) di circa trentasettemila voti su circa centoquarantamila aventi diritto (affluenza: 26,4%), quando alle primarie di un PD qualunque vota un numero di elettori (paganti) che in genere oscilla tra il milione ed i due; al di là dell'ottimismo, dicevo, la cosa mi ha fatto sorridere, poiché i stesso, in qualche occasione, sono stato portato ad associare versi di Gaber al partito di Grillo: difficile sentir parlare Di Maio senza chiedersi che fine abbia fatto il pensiero, in effetti. E chissà poi che cosa direbbe Cartesio:

Nel secolo che sta morendo s’inventano demagogie
E questa confusione è il mondo delle idee.
A questo punto si può anche immaginare
che potrebbe dire o reinventare un Cartesio nuovo e un po’ ribelle
Un mare di parole un mare di parole
Un mare di parole un mare di parole
Io penso dunque sono un imbecille.


giovedì 5 ottobre 2017

Il Referendum che non c'è

Si parla di Referendum locali, in questi giorni: a proposito di quello appena svoltosi in Catalogna e, dalle nostre parti, a proposito di quello che si terrà tra un paio di settimane in Lombardia e Veneto.
Se ne parla accostandoli, come si trattasse di manifestazioni simili di fenomeni simili.
Personalmente, sono convinto che non vi sia alcuna similarità tra le due cose, se non il fatto che in Catalogna si è votato e nelle due regione del Nord Italia si voterà.
Non vi è similarità dal punto di vista formale, prima di tutto: in Catalogna si è trattato dello svolgimento di un Referendum dichiarato incostituzionale dalle massime autorità giudiziarie e la consultazione si è dunque svolta al di fuori del contesto della "legalità" così come prevista dalla Spagna; in Veneto e Lombardia si svolgerà un Referendum consultivo che ha ottenuto il via libera, dal punto di vista costituzionale, dello Stato italiano.
Non vi è similarità dal punto di vista dei contenuti: Referendum per l'indipendenza quello catalano, Referendum per l'autonomia, qualunque cosa ciò significhi, quello lombardo-veneto.
E, per quel che sento dire e per quello che so delle motivazioni, non vi è similarità nemmeno nello spirito: se nel Nord Italia si invoca autonomia, principalmente fiscale, sostenendo che "Lombardia e Veneto pagano allo Stato italiano più di quanto ne ottengono in cambio" (il classico Roma ladrona, dunque, versione fiscale dell'immortale Padroni a casa nostra), in Catalogna si anela all'indipendenza, oltre che per motivazioni storiche e culturali di lunghissima data (si pensi solo al classico "Repubblica o Monarchia?"), sostenendo che la pressione fiscale nella regione di Barcelona è maggiore che nel resto della Spagna: nel Nord Italia ci si vuole dunque sottrarre all'idea di solidarietà tra diverse regioni di uno stesso Stato, nella regione della Spagna ci si vuole sottrarre ad un trattamento fiscale differente rispetto a quello in atto nel resto del Paese.

Ma, nella pratica, in che cosa consiste esattamente il Referendum lombardo-veneto? Qualcuno ne ha parlato dicendo che è come chiedere il permesso per suonare il campanello - ed in effetti sembra sia così: si tratta fondamentalmente di consultarsi con gli elettori circa l'opportunità di richiedere allo Stato italiano, nelle sedi competenti e nei modi previsti dalla legislazione di quest'ultimo, genericissime maggiori autonomie. Una sorta di Referendum che non c'è, utile - si fa per dire - solo a spendere qualche decina di milioni di euro dei contribuenti (ma non era l'odiata Roma ad essere ladrona?). Un Referendum al quale personalmente non parteciperò: per suonare il campanello, in fondo, non c'è bisogno del mio permesso.