giovedì 19 novembre 2020

Racconto nerd

Sono decisamente un nerd un po' atipico: l'etichetta (per quanto possa valere qualcosa di simile ad un'etichetta: nel mio sistema di pensiero, zero) si adatta bene al lavoro che faccio, a ciò che ho studiato, ad una percentuale non trascurabile di ciò che suscita il mio interesse intellettuale - e, me ne rendo conto, al fatto che io scriva cose tipo "una percentuale non trascurabile di ciò che suscita il mio interesse intellettuale".

Non è tuttavia un'etichetta che io utilizzerei per definirmi - nemmeno al netto della mia tendenza a non assegnare con eccessiva facilità etichette a persone, pensieri, cose, se non accompagnandole con una lunga dissertazione (invero forse un po' nerd) su come tali etichette vadano prese, nel migliore dei casi, come una provocazione.

È però evidente che ad alcune persone piace incasellare gli altri: c'è chi affibbia etichette, chi assegna colori (bianco o nero ma mai bianconero, giallo o rosso ma non giallorosso), chi divide il prossimo sulla base delle "case" di Harry Potter (serpe verde o tasso rosso?), chi si riferisce a specifiche categorie umane sulla base dei personaggi di romanzi famosi o di serie tv (Emma Bovary o Sheldon Cooper?). Personalmente trovo che, qualunque sia il criterio di classificazione, si tratti sempre di una semplificazione rispetto all'infinita gamma di umanità, arcobaleno di sfaccettature e singolarità. Spesso ho la sensazione che, più che di semplificare, si tratti solo di essere superficiali.

Dato però che esserlo non costa nulla, provo a stare al gioco, arrivando alla fatidica domanda: che tipo di nerd sono? Rispondo (per contrappasso) con una (breve?) lista (in ordine sparso) di caratteristiche per le quali mi allontano dallo stereotipo del nerd - o, se non altro, dalla versione che ho in mente io in questo momento, che è l'unica che in fondo mi interessa e certo l'unica di una qualche importanza in un post in cui si parla di superficialità e si prova a giocare con essa.

  • non mi piace la birra (ok, la lista potrebbe finire qui)
  • non mi piace la birra!!! (proprio per niente)
  • non mi piace particolarmente il caffé e comunque non bevo, salvo rarissime eccezioni (diciamo una o o due volte all'anno e solo per cortesia nei confronti di chi me lo offre), caffé non decaffeinato
  • mi piace (mi è sempre piaciuto molto) praticare sport
  • non sono un particolare fan de Il Signore degli Anelli (One ring to rule them all, eccetera eccetera eccetera... Yawn...)
  • non sono particolarmente interessato alla saga di Star Wars
  • non ho particolari problemi a fare amicizia, conoscere persone, stare in compagnia
  • non ho particolari difficoltà (intendo: non vivo la cosa come una forma di emarginazione) a stare da solo, tanto che lo sport che preferisco è uno sport che si pratica, generalmente, in solitudine e tanto che stare in lockdown, bene o male, non mi è pesato poi troppo
  • non mi piace (forse l'ho già detto) la birra

Il solo superpotere nerd che effettivamente accompagna le mie giornate è la tendenza ad essere un tantinello sarcastico - chissà se è sufficiente per meritata l'etichetta - chissà se sono del colore giusto - maledetto grifondoro!

E voi, che tipo di nerd siete? Il birraiolo, Luke Skywalker, Frodo Baggins? Siete rossi o gialli? Serpeverde o caffeinomani? ;-)

domenica 15 novembre 2020

Smartworking, Gaber ed il senso di colpa

Smartworking è, senza dubbio, la buzzword del momento: ne parlano in tanti, dai nostri governanti alla vicina di casa di una certa età che, tutto sommato, è contenta di non essere più l'unica del palazzo a passare la giornata in casa; dalle mie figlie - il mio papà insegna ai computer, lavora da casa ed è sempre in collconferenz - ai titoli dei giornali nazionali.

Si passa da chi per esperienza ha la ricetta giusta per farlo bene a chi stabilisce una soglia minima accettabile, in tempi di semi-lockdown, per i valoratori della Pubblica Amministrazione; da chi ha fatto di necessità virtù, si è convertito tutto sommato con entusiasmo ad una nuova modalità di lavoro e probabilmente non tornerà indietro, a chi lo detesta, lo vede come un'imposizione, un ostacolo al controllo del tempo dei propri collaboratori. C'è chi a casa alla lunga si sente solo, chi sente la mancanza del caffé alle macchinette con i colleghi.

Personalmente ho la fortuna di lavorare per un'azienda che, già in tempi pre-Covid, ha iniziato a puntare molto sul lavoro remoto e smart: da casa, dalla montagna, da un agriturimo in Toscana... conta essere disponibili con i colleghi e concludere in tempo le attività pianificate. Così... lavoro da casa a tempo pieno - per ovvi motivi - da oltre otto mesi ma da più di un anno  ho iniziato ad alternare giornate in ufficio a giornate a casa a giornate "metà e metà", secondo le mie comodità, le necessità dei colleghi ed il tipo di attività da svolgere. Ho imparato a comportarmi bene quando parlo con qualcuno da remoto, aspettando la fine di una frase per interloquire (dove mamma e papà hanno fallito miseramente, hanno avuto successo in una manciata di mesi Google Meet, Slack e Zoom);  a spegnere il microfono quando non sto parlando; ad accendere la webcam, tranne quando le mie figlie si fanno importune o qualche interlocutore ha problemi di banda; a dimenticarmene, di tanto in tanto, che è un po' come andare in ufficio e parlare con qualcuno senza guardarlo in faccia; a non rimanerci male se qualcuno spegne la propria, perché avrà i suoi motivi - la banda da risparmiare, la canotta da spiaggia per il caldo, la voglia di mantenere un minimo di privacy in quella finestra sulla sua vita domestica che ogni conversazione di lavoro è diventata.

E: mi piace.

Mi piace uscire di casa per accompagnare le bimbe a scuola per poi tornarci quasi subito, a lavorare ed aspettare il rientro delle mie donne. Mi piace avere a portata di mano la mia cucina, il mio bagno, il giardino del mio condominio - i miei spazi. Avere la possibilità di organizzare il mio tempo come preferisco e nel modo più funzionale tanto alle mie attività lavorative quanto alla pianificazione della vita familiare e del mio tempo libero.

Potermi alzare dalla sedia, cambiare ed uscire in bici in pausa pranzo; farmi spedire un pacco a casa anziché in ufficio; fare due chiacchiere con il pensionato Amazon-addicted quando entrambi riceviamo una consegna; essere a casa quando Laura ed Irene tornano da scuola o quando Cristina passa a casa a pranzo; poter togliere il bucato dalla lavatrice e metterlo in asciugatrice a metà mattina o sgranchirmi le gambe portando l'umido al cassonetto; mi piace l'idea che tenda in qualche modo a perdersi una certa struttura statica del tempo - non nel senso della fisica teorica: quello è un altro discorso -  in favore di un'organizzazione più in divenire, che tenga conto degli obiettivi da raggiungere sul lavoro e della qualità della vita sul lavoro ed attorno ad esso.

Di nuovo, sono felice (se l'idea stessa di senso di appartenenza non fosse completamente estranea al mio modo di essere direi: fiero) di lavorare per un'azienda che valuta la possibilità di ufficializzare una gestione smart, flessibile e libera, del tempo - e non solo dello spazio (Einstein direbbe che sono, in qualche modo, la stessa cosa) - dedicati al lavoro.

E tuttavia.

Tuttavia, mi accade di sentirmi un po' a disagio per il fatto di avere questa possibilità: perché la libertà, vista da sinistra più che in senso liberale, è tale solo quando è di tutti, diversamente andrebbe chiamata privilegio - e sono stato cresciuto con l'idea che i privilegi siano da guardare con sospetto, anche quando sono a nostro favore (per dire: non si può dire che in Italia vi sia libertà di sposarsi, dato che il matrimonio è un privilegio riservato agli eterosessuali; personalmente, da eterosessuale sposato, trovo la cosa molto fastidiosa).

Così, forte del senso di colpa che la mia educazione cattolica e di sinistra mi garantisce di aver sempre a portata di mano, tendo a sentirmi un privilegiato per il fatto di poter lavorare con modalità organizzative che potrebbero - e, nel contesto attuale, certo dovrebbero - essere disponibili a chiunque svolga un'attività lavorativa per cui la presenza fisica non sia strettamente necessaria... mentre l'evidenza di conoscenti e parenti è che molte aziende, o molti diretti "superiori", continuano - nel 2020 ed in piena pandemia - a considerare un problema rinunciare al controllo diretto - visivo - dei proprio collaboratori, arrivando al punto di rendere abituali chiamate-fiume su un qualche strumento di comunicazione via web solo per ricostruire una parvenza di vita da ufficio

Mi chiedo se sia questione di mancanza di fiducia nei confronti dei colleghi; di inconsapevole mancanza di auto-stima (se non potessi controllare che cosa fanno gli altri non saprei che fare del mio tempo); di incapacità di ripensare i tradizionali modelli di gestione delle persone facendoli evolvere verso approcci più moderni... e mi rispondo che probabilmente si tratta di tutte queste motivazioni e di decine di altre. Nei momenti - frequenti -  di ottimismo mi dico anche che il futuro è ogni giorno più vicino e che io ho il "solo" privilegio di essere qualche passo più avanti della media...

Resta la sensazione che si tratti di un privilegio e che non si potrà parlare di vera e propria libertà di lavorare in modo smart fino a quando non sarà una condizione diffusa - del resto, libertà non è uno spazio libero/libertà è partecipazione...


martedì 30 giugno 2020

Una pin-bar per domarli


Post un po' nerd: in un mondo sempre più web-centrico, la lista delle webapp che utilizziamo più frequentemente definisce, in un certo senso, se non il nostro modo di essere... be', almeno il nostro modo di pensare la nostra quotidianità.
Ecco quindi l'idea di commentare, brevemente, il contenuto della pin-bar del mio profilo di Chrome: la lista delle webapp che si riaprono ogni volta che apro il browser.

Comunicazione: GMail, Telegram, WhatsApp
Notizie: The Old Reader
Organizzazione: Google Keep, Google Calendar
Musica: Amazon Prime Music, YouTube
Sport: Garmin Connect
Altro: Blogger



Abbastanza nerd, in effetti - ma non abbastanza da escludere lo sport ;-) ...

E voi - che cosa avete nella vostra pin-bar?

domenica 28 giugno 2020

Acqua di montagna, acqua di città

Acquedotto di montagna vs. acquedotto di città: quando un cubetto di ghiaccio dice più di mille parole... 

martedì 16 giugno 2020

Due cose che ho imparato dal coronavirus

Breve elenco, in ordine sparso, di cose che ho imparato - che molti di noi hanno imparato - nei mesi di convivenza col Coronavirus, tra lockdown più o meno severo e timide riaperture.

  • a lavare le mani: voglio dire, se non abbiamo imparato dopo mesi di video, interviste, schede su quanto sia importante farlo e farlo bene... be', abbiamo capito perché il virus in questione ci ha ridotti così (impara l'arte e mettila da parte)
  • lavorare da casa è possibile: c'è chi, come me, aveva la possibilità di farlo almeno per la metà del tempo indipendentemente dal lockdown; ma tanti sono stati forzati a farlo e si è finito per scoprire che, guarda un po' 😱, funziona - non è un danno per le aziende, non è un danno per l'economia (da non dimenticare)
  • il mio lavoro mi rende un privilegiato: vedi punto precedente, che ovviamente non vale per tutti; per gli altri, mi aspetterei un sostegno dalle istituzioni più che una corsa a riaprire tutto in tempi brevissimi - ma ne parliamo dopo (senso di colpa)
  • la socialità è sopravvalutata: tutti a disperarsi per l'obbligo di distanziamento sociale, l'astinenza da aperitivi ed uscite serali, la mancanza di contatto umano sul lavoro - e poi tutti sorprendentemente sopravvissuti, sfruttando la tecnologia per rimanere vicini, sfrondando forse un po' i rami meno essenziali della propria socialità, e fondamentalmente anche godendosi un po' di solitudine e la compagnia dei propri familiari più vicini (nessun uomo è un isola ma forse un po' anche)
  • la corsa all'evento online: davvero, e metto in prima fila quelli che fanno il mio mestiere: avete un po' rotto, con questa patetica corsa a saltare sul treno del lockdown per raccontare di quanto siete bravi a continuare a lavorare e ad organizzare eventi, discussioni, tavole rotonde, e poi post, tweet, retweet, e podcast e conferenze on air... (il troppo stroppia)
  • la sanità privata fa più vittime di quella pubblica: incredibile come il pensare la sanità in ottica business prima che in ottica di servizio renda problematico gestire emergenze e picchi come quelli dei mesi scorsi - Lombardia prima in classifica, ancora una volta e non certo nella classifica più ambita, quella delle vittime da Covid-19 (eccellenze della sanità lombarda - ma dove?)
  • riavviare l'economia (Riaprire! Riaprire tutto!) sembra più importante che scongiurare una recrudescenza dell'epidemia - tra l'altro, dopo che i ritardi iniziali nel chiudere tutto, soprattutto in certe zone, sono stati tra le cause principali delle stragi dei mesi passati. Anche in questo caso, Lombardia in prima fila (i più ricchi del cimitero)
  • la madre degli idioti è sempre incinta: che cos'altro concludere, dopo aver visto le immagini di piazzale Arnaldo (a Brescia) affollata di persone senza mascherina, intente a placare l'astinenza da aperitivo, nel primo venerdì sera di riapertura? (quelli che il virus sono fatti degli altri
  • baci e abbracci: tutti quelli (non molti) che non ho scambiato fuori sono stati ampiamente compensati dal vivere ogni minuto della giornata fianco a fianco con mia moglie e le nostre bimbe; se mai torneremo ad una completa normalità, tutto questo mi mancherà
E poi tante altre, che al momento non mi vengono in mente e forse non meritano particolare primo piano, ma senza dubbio mi porterò dentro.

martedì 2 giugno 2020

2 giugno

Festa della Repubblica: una delle due feste nazionali legate alla storia italiana, bella e irrinunciabile come un 25 aprile, per dirla con gli Offlaga Disco Pax.
Ne ho parlato con mia figlia, affascinata - come tutti lo siamo stati, a nove anni - dall'idea di avere - o, meglio, che l'Italia abbia avuto, in passato - un re ed una famiglia reale.
Al di là dell'attualità, che ha visto i soliti noti, sedicenti patrioti che in Europa votano contro gli aiuti al nostro paese, violare qualunque indicazione anti- contagio ed anti-assembramento, perché va bene legge, ordine e sicurezza, ma solo quando sono loro a dirlo, a parte l'attualità, dicevo, abbiamo parlato dei re di ieri e dei relativi discendenti di oggi - ci fosse bisogno di un motivo per non essere monarchici, rileggetevi la recente querelle tra rami della famiglia Savoia e rispettivi sostenitori sull'appassionante tema le figlie di Emanuele Filiberto hanno diritto ad entrare in linea di successione?
Non affaticatevi il cervello, sostenitori di questo o di quel discendente di ex casata regnante: chi se ne frega è l'unica risposta, dato che la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

Ho ricordato un'altra cosa, alle mie figlie: settantaquattro anni di Repubblica, certo. Ma anche settantaquattro anni dalla prima occasione in cui le donne, in Italia, ebbero diritto di voto: mia nonna, per dire, aveva trentasette anni e sino ad allora mai aveva potuto votare. Ora lo diamo per scontato, ma nel passato del nostro paese monarchia, diritto divino a governare e ventennio fascista vollero dire anche che solo chi portava i pantaloni era considerato degno di prender parte alla vita pubblica...
Viva la Repubblica, una volta di più.

Equipe 84


domenica 26 maggio 2019

Una maglietta per bandiera

Dunque: certificato elettorale pronto; carta d'identità pronta.
Maglietta rossa pronta.
Si va a votare.

Riflettendo su quanto mi ha scritto un amico, in genere più lucido del sottoscritto, circa l'idea di voto utile - leggi: mainstream - contro voto "sentito": io voterò un partito di massa a sinistra solo quando al suo interno sia riconciliata e presente una componente socialista, forte e organica. Votare una espressione più pulita ed educata (forse) del neoliberismo non mi interessa.

Buon voto a tutti.

sabato 25 maggio 2019

Che fare?

Secondo post "politico" sul mio stato d'animo alla vigilia di un appuntamento elettorale: con lo stesso sgradevole feeling del primo, il quale se non altro aveva il vantaggio di arrivare prima dell'attuale esperienza di governo gialloverde (ma soprattutto verde - e non nel senso dell'ambiente).

Sono abbastanza giovane da ricordare quando andare a votare era una gioia e le settimane precedenti il voto un periodo di entusiasmante attesa; e sono abbastanza vecchio da aver perso per strada, in ventitre anni ai seggi, quasi tutto quel gusto dell'attesa e quasi ogni gioia nel votare.
Il nocciolo del problema è, manco a dirlo, l'incertezza che fino all'ultimo mi accompagnerà nella "gita al seggio" di domani - e la consapevolezza che se non andassi a votare, in fondo, non avrei la sensazione (di pancia) di essermi perso granché, ma solo la certezza (di testa) di non aver fatto il mio dovere.

So chi non voterò mai, se non altro - non è una novità che scegliere da chi ci si sente diversi sia, per un elettore di sinistra, molto più facile che scegliere a chi sentirsi simili: ed è tutto qui, probabilmente, il vero dramma delle sinistre di casa nostra, capaci negli ultimi vent'anni di sperperare tutto ciò che poteva essere sperperato tra scissioni, personalismi, distinguo sul (quasi) niente.

Così... fedele all'idea molto gaberiana che libertà sia partecipazione andrò a votare, nella speranza di trovare una lista europeista di sinistra con qualche possibilità di superare lo sbarramento... diversamente, fallback sul PD, che se non altro non è più - non ufficialmente né formalmente, se non altro - quello di Renzi.

E se l'ultima volta l'unica speranza era che non vincesse nessuno da solo (cosa che si è poi verificata ma che non ha dato frutti particolarmente buoni...), questa volta è che qualcuno, sulla strada del seggio, sia colto dall'illuminazione che, se vogliamo lasciare qualcosa in eredità ai nostri figli, dell'Europa abbiamo bisogno e nell'Europa dobbiamo credere, al di là delle convenienze personali o di partito ed al di là delle ideologie (ché dell'Europa ha bisogno anche chi dell'Europa non vuol nemmeno sentir parlare...).

domenica 12 maggio 2019

La prova del nove

Sono stato tre giorni in montagna con tutti i colleghi, in occasione di un'iniziativa di team building in cui, tra le altre cose, alcuni di noi - immodestamente autocandidati ma  democraticamente selezionati - hanno avuto la possibilità di parlare agli altri di un argomento a scelta: tra gli altri, vino, nodi, supereroi "reali" (nel senso della realtà, non nel senso del re: tutti repubblicani, quanto a questo),  videogiochi, kung fu.

Io ho scelto una minuscola goccia nel mare della matematica - del resto, c'è altra disciplina che valga la pena studiare?

Così ho parlato della prova del nove, croce e delizia di tanti studenti di medie e superiori: del perché funziona (la funzione che ad ogni intero associa la sua classe di resto in modulo k "si comporta bene" con le operazioni di somma e prodotto - tecnicamente: è un isomorfismo da Z in Zk), di quali sono i suoi limiti, del perché - benché sia possibile - non si utilizzino la prova del cinque o quelle del sette bensì proprio quella del nove. Conclusione scoppiettante con una moltiplicazione in base quattro il cui risultato abbiamo verificato con la prova del tre.
Sipario.

Nessuna slide, lavagna di carta ed un paio di pennarelli (lo scopo principale del cui design sembra essere quello di trasferire l'inchiostro dal proprio interno alle mie mani). Una mezz'ora, probabilmente abbondante nonostante le promesse.

È stato bello, mi sono divertito (non so se per gli uditori si possa dire lo stesso e qualche faccia perplessa c'era) ed oggi, dopo un paio di giorni di "decantazione", ho realizzato che si  è trattato della prima lezione di matematica della mia vita, se escludiamo qualche sproloquio destrutturato alla lavagna in ufficio tanti anni fa  e qualche lezione privata ad un amico di mia sorella che, per anonimato e con riferimento al livello di ricettività, chiameremo ciuchino.
Ho sempre avuto il dubbio di aver sbagliato qualcosa, nelle mie scelte universitarie ed in ciò che ne è seguito professionalmente. L'esperienza in università mi ha insegnato che nulla emoziona quanto spiegare qualcosa che piace. Questa esperienza mi regala il dubbio che nulla emozioni quanto insegnare qualcosa che si ama - e c'è qualcosa che meriti più amore della matematica?