lunedì 25 giugno 2012

Darwin al consultorio

Chiacchieravo, un paio di giorni fa, con un'operatrice di un consultorio familiare circa il fatto che i bimbi, nell'età in cui iniziano a gattonare, a mettersi in piedi ed infine a camminare, hanno la tendenza ad utilizzare il cranio come ammortizzatore in caso di caduta, e ad essere dunque spesso adornati di bernoccoli. E si parlava di come l'essere le ossa dei bimbi più morbide di quelle degli adulti riduca la gravità (non me ne voglia Newton) di tale tendenza.
Al che la consulente in questione ha chiosato qualcosa come "del resto, la Natura - non so se nella sua frase ci fosse la maiuscola: io per abitudine la metto - non fa mai le cose a caso".

Ora.

Ho deciso che se voglio lasciare in eredità a mia figlia un mondo migliore di quello che ho trovato devo provare a fare mia una frase di Einstein, secondo cui "Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose": e che dunque non devo perdere occasione per provare ad opporre il mio modo di vedere le cose a manifestazioni con esso in contrasto - essendo in ultima analisi il concetto di "mondo migliore" intimamente legato al modo di vedere del singolo.

Così, memore dell'illuminante lettura de "Il gene egoista", ho avuto l'inaspettata prontezza di spirito di rispondere "be', oppure è vero il contrario: che individui dotati di geni che danno ai neonati un cranio più duro e rigido tendono a sopravvivere e diffondere i propri geni meno di quelli con le ossa più morbide..." (la formulazione dialogica ovviamente è stata un po' più sommaria e concisa di questa).

Che è poi la differenza, per me fondamentale, tra il considerare l'uomo oggetto di un presunto disegno ed il vederlo invece, darwinianamente, come parte attiva (attiva se non altro in senso genetico) di un'evoluzione.

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